S.P.Q.R: Sine Poppea, Quantae Repulsae?

Era passato quasi un anno dall’incendio che il 18 luglio del 64 d.C. era divampato nei quartieri malsani di Roma, distruggendo, in pochi giorni, gran parte della città. Incendio che, inoltre, aveva causato la morte del suo artefice, il grande Nerone, quinto imperatore romano, l’ultimo appartenente alla dinastia giulio-claudia: le fiamme lo avevano avvolto, non permettendogli la fuga.

Nell’aria si avvertiva una forte tensione, nessuno sorrideva più, tutti si opponevano l’un l’altro, ognuno, tristemente, tentava di ricostruire la propria casa, partendo da quei pochissimi resti che l’incendio aveva risparmiato. Roma era in subbuglio: chi sarebbe succeduto a Nerone? Chi avrebbe governato la città? Chi si sarebbe impegnato per farla risorgere, per sanare le innumerevoli ferite provocate da tale disastro? Era giunto il momento di dare una risposta a tali domande…

Addolorata nel vedere come la tristezza, l’angoscia e la rabbia, si diffondevano ogni giorno di più tra i cittadini romani, la moglie di Nerone, Poppea, donna di una bellezza ineguagliabile, dai capelli biondi e ondulati, raccolti in uno chignon tipico delle matrone, con due ciocche che le inquadravano il volto, colta e amante della propria città, del proprio popolo, decise di intervenire. Avrebbe preso lei le redini di Roma; d’altronde, in passato, aveva assistito molte volte il marito in politica, sapeva cosa avrebbe dovuto fare.

Il 6 aprile, indisse un’assemblea pubblica presso il foro romano: la partecipazione era aperta a tutti, uomini, donne, bambini; era un momento importante. Nessuno conosceva le sue intenzioni, tranne la sua più fidata amica, Tullia –il cui cognome non è dato sapere- ragazza anch’ella nobile, con una chioma rossa, riccia e sempre raccolta in splendide acconciature, ogni giorno differenti. Poppea, raggiunto il foro per mezzo della sua lettiga, assieme alla sua amica, iniziò a parlare: “Da quando purtroppo mio marito è morto, Roma, e con lei il suo popolo, ha perso il suo antico splendore. Tuttavia ora basta: è tempo di cambiamento, è tempo di rinascita.” Si levò immediatamente un grido uniforme: tutti aspettavano tale annuncio da troppo, troppo tempo. L’euforia si trasformò, però, in una risata, in schiamazzi, non appena ella rivelò di volersi proporre lei stessa come futura reggente dell’Urbe; non era concepibile che una donna salisse al potere, per di più senza essere affiancata da un uomo. Poppea e Tullia rimasero sbalordite dalla reazione di un popolo in rovina, che avrebbe preferito restare senza una guida, piuttosto che farsi condurre da una donna.

All’improvviso si udì una voce provenire dal pubblico: Valeria, una ragazza di soli diciassette anni, esile, i capelli di un color castano chiaro, che ricordava il miele, sciolti, che raggiungevano le spalle, (si capiva dunque che fosse una popolana), si fece avanti, gridando: “Ave Poppea, Imperatrix!”. Mai prima d’allora una ragazza si era esposta in tal modo: il coraggio, di certo, non le mancava. Gli uomini la guardarono con indignazione, alcune donne con incertezza, con diffidenza, altre invece con stupore. Queste ultime, benché in numero esiguo, si unirono al suo “Ave!”: si fidavano dell’imperatrice, negli anni passati si era sempre dimostrata una donna altruista, buona, capace. Poppea e Tullia sorrisero; la fazione maschile, però, continuava ad opporsi. Si stabilì allora un patto, il Foedus Poppaeanum: se in 15 giorni fosse riuscita a risollevare le sorti della città, la moglie di Nerone avrebbe detenuto il potere, in caso contrario avrebbe abbandonato Roma per sempre. Si concluse così l’assemblea e anche la giornata.

La mattina dopo, Poppea mandò a chiamare l’amica: “Dobbiamo pensare a qualcosa di straordinario, di sbalorditivo, di stravolgente” -disse- “Non possiamo permetterci una sconfitta.” Dopo una lunga riflessione, Poppea trovò quella che le sembrava la soluzione giusta: “Roma si sente sola, abbandonata, piange ancora i suoi cari, morti durante l’incendio…” -Si fermò, persa nel ricordo del suo adorato marito, poi riprese- “Per tornare a sorridere e permettere una rinascita, deve risorgere il senso di identità romana nei cuori di tutti noi. Dobbiamo permettere al popolo di ricordare l’antica maestosità della sua città, la sua potenza, la sua bellezza. Potremmo organizzare uno spettacolo teatrale, un excursus sulla storia di Roma, partendo da Venere (dea dell’amore e della bellezza, nonché protettrice del mese di Aprile e, soprattutto, progenitrice di Enea, il nostro grande capostipite), fino a raggiungere il periodo appena precedente all’incendio.”

“Concordo. Potremmo allora rappresentarlo il 21 Aprile, per festeggiare l’818esimo compleanno di Roma!” -disse Tullia- “Ma come potrà uno spettacolo aiutare le famiglie bisognose, le cui case sono ancora distrutte?” “Potremmo stabilire che ogni persona che assisterà alla rappresentazione, potrà lasciare un’offerta, dedicata alla ristrutturazione della città.” Rispose l’amica.

Del tutto inaspettato, qualcuno bussò alla porta della domus di Poppea: era Valeria. “Perdonatemi l’intrusione” -disse rivolgendosi alla matrona- “se non sembro invadente o poco rispettosa, vorrei offrirvi il mio aiuto. Io credo fermamente che voi possiate ricoprire tale incarico egregiamente, ma soprattutto spero che con il vostro avvento noi ragazze potremmo imparare a leggere e scrivere, gareggiare con i carri, ad esempio, proprio come i nostri fratelli, padri, nonni. Spero quindi che potremmo finalmente essere considerate persone, esseri viventi e pensanti, e non più soltanto donne, con un unico obiettivo: dedicarsi alla famiglia. Due sere fa, nelle None di Aprile, mia madre avrebbe desiderato osservare il primo quarto di luna splendente nel cielo blu. E’ stata costretta a rinunciare perché mio padre non voleva. Questo è solo uno dei tanti episodi simili che quotidianamente caratterizzano la vita di noi donne. Non è giusto.” Finito il discorso, abbassò il volto in segno di rispetto. Valeria parlò molto velocemente, nonostante ciò all’imperatrice non sfuggì la determinazione e la sicurezza con cui aveva pronunciato il suo discorso.

In pochi secondi, istanti, che invece alla ragazza sembrarono infiniti, Poppea lanciò uno sguardo a Tullia (tra amiche ci si comprende subito) e poi, rivolgendosi all’adolescente disse: “Entra: potremo parlarne meglio in casa.”

Spinta dalle più che motivate ragioni di Valeria, la matrona affiancò all’obiettivo di risollevare le sorti di Roma, una rivoluzione femminile, mai proposta prima d’allora, un evento unico. Comprese che quella era la strada giusta per ridare vita alla sua città, che quella sarebbe stata la scintilla per una vera rinascita. “Così è deciso” -esordì Poppea il pomeriggio stesso- “il 21 Aprile si terrà una gara di cocchi: uno rappresenterà la fazione maschile, l’altro quella femminile e sarà guidato da Valeria. Se perderà, io me ne andrò, ma se vincerà -e ne sono certa- daremo inizio alla nostra rivoluzione e ricostruirò la città a mie spese.”

La mattina seguente, la proposta venne esposta da Tullia al rappresentante della fazione maschile: era un uomo di statura possente, i capelli brizzolati e il naso deforme. Inoltre non aveva i due incisivi centrali, li aveva persi durante i munera, e per questo motivo aveva difetti di pronuncia: era difficile non ridere di lui, oserei dire impossibile. Infatti, quando Tullia raggiunse Publio, questo era il suo nome, scoppiò in una grande risata che causò l’ira di quest’ultimo il quale, offeso, rifiutò la proposta delle donne, a meno che la gara non si fosse svolta con i concorrenti bendati.

Valeria, che mai aveva guidato un carro, men che meno bendata, fu colta presto dalla paura, dall’insicurezza, tanto da sentirsi obbligata a rifiutare, ad abbandonare la sua speranza di ottenere la tanto attesa parità. Era a casa di Poppea, quando pronunciò tali parole: “Io rinuncio, non voglio essere derisa da mio fratello, né da tutti gli uomini della città, non riuscirei mai a vincere. Mi dispiace ma non posso.” Fece per andarsene, quando la matrona la bloccò, dicendo: “Ti ritiri proprio ora? Ora che abbiamo volato così alto? Dove è finito il tuo coraggio? La tua tenacia? Dove è quella ragazza che davanti a tantissimi uomini ha deciso di parlare? Di cercare di opporsi a questa società maschilista e dare voce a tutte le donne romane?” Queste frasi scossero moltissimo Valeria tanto da restituirle il coraggio perduto. La sera stessa, venne fatta recapitare una lettera a casa di Publio: “La gara si svolgerà il 21 Aprile, alle prime luci dell’alba, nel Circo Massimo. I concorrenti saranno bendati.”

Gli allenamenti per Valeria furono durissimi. Fortunatamente sapeva come procedere: aveva da sempre assistito, seppur da lontano e di nascosto, agli allenamenti del fratello. Inoltre, di giorno in giorno, le donne che appoggiavano Poppea, Valeria e Tullia aumentavano esponenzialmente: desideravano farsi sentire, essere considerate. Per questo incoraggiavano le tre “paladine” con enormi rotoli appesi per la città, sistematicamente strappati dagli uomini nella notte e riappesi dalle donne la mattina dopo. Intanto, Publio inviava quotidianamente un suo schiavo a spiare la ragazza: la sua bravura aumentava, giorno dopo giorno. Era necessario un piano: Valeria non avrebbe dovuto vincere.

21 Aprile 64 d.C. La luna stava per lasciare il posto al sole, Roma era in fermento: le sorti della città dipendevano da una gara di carri. I quattro cavalli con i quali avrebbe gareggiato Valeria erano nella scuderia di Poppea. Data la situazione di confusione, per lo schiavo di Publio non fu difficile attuare quanto stabilito: avrebbe dovuto avvelenarli, servendosi di numerose bacche colte dalla pianta di “belladonna”.

Tutto era pronto. Poppea era tra gli spalti, Tullia al centro del campo per dare il via alla corsa e di fronte a lei, sul carro, c’era Valeria: “La vittoria” -pensò tra sé e sé- “non è un traguardo così lontano.” …

Ebbe appena completato il primo giro, quando i cavalli di Valeria manifestarono degli spasmi improvvisi per poi cadere al suolo, morti. Publio vinse. Lo stupore fu generale; cosa era successo? Si avvicinò un medico presente tra gli spalti, notò immediatamente una secchezza delle fauci e dell’epidermide, che, unita agli spasmi, non poteva lasciare incertezze: i cavalli erano stati avvelenati. Poppea, Tullia e Valeria erano sicure di chi fosse il colpevole. Inizialmente era solo un sospetto, ma in pochissimo tempo venne supportato dalle prove: un gruppo di bambini che correva, si scontrò con Publio con una tale forza che dalla tasca della sua veste fuoriuscì una bottiglietta contenente bacche di “belladonna”. Collegare i fatti non fu complicato: Publio e il suo schiavo vennero condannati ad bestias, la pena più crudele, perché avevano infranto il mos maiorum: non avevano rispettato la lealtà, valore importantissimo per i romani. A poco a poco, Poppea ottenne la fiducia di tutti e divenne Imperatrice, con Tullia e Valeria quali magistrae officiorum. Iniziò subito la ricostruzione di Roma ed emanò il diritto per le donne di non sposarsi contro il proprio volere o di poter divorziare, seguiti poi da molti altri…

“Nonna, nonna è già finita la favola?” Una voce mi richiama alla quotidianità. “Sì, nipotina cara, ora si dorme!” Rispondo io. “Ma io non voglio dormire, io voglio ricordarmi di tutto, di Poppea, di Publio, sì, anche di lui, ma soprattutto di Valeria. Da grande vorrei avere il suo coraggio e la sua tenecia.” “Amore di nonna, si dice tenacia.” “Sì, quella. Nonna, ma quindi è merito loro se io oggi posso andare a scuola con i maschietti? E se posso giocare con loro a nascondino?” “Sì, tesoro; loro hanno posto le basi per una serie di rivoluzioni che hanno modificato il mondo e la sua mentalità, per fortuna. Non posso pensare altrimenti ad un mondo dove noi donne veniamo maltrattate, zittite, malmenate dagli uomini perché non seguiamo il loro volere. Menomale che tutto ciò, nel nostro mondo, non avviene…”


RACCONTO CONCORRENTE IN “RaccontarSI”, PREMIO INDETTO DALL’UNIVERSITÀ DI SIENA

Autore

Valeria Bueti

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